Un saluto dal paese dove capita che un gruppo di dottorandi consegni un regalo ad un professore mettendosi in fila davanti al bagno; dove il buco dell'ozono e il riscaldamento globale sono sono visti proprio come un grande problema (dico solo che fino alla settimana scorsa si girava con sciarpa, cappelli e guanti); in cui la scaramanzia non esiste, e il capitano della nazionale di calcio, Lahm, ha un cognome che significa “senza forze”; in cui, se sei fortunato, la domenica mattina accendi la radio e ti becchi una candida intervista a Vanna Marchi; e dove, se è sabato, entrando in una gelateria, rischi di trovare novelli sposi che si fanno fotografare mentre la sposa ordina un gelato e lo sposo fa finta di essere il gelataio italiano.
Dopo i saluti, una considerazione rapida: quello che davvero apprezzo dei tedeschi è il senso del dovere. Magari avranno tendenzialmente difficoltà ad improvvisare, questo sì, ma quando una cosa va fatta, la si fa e basta. E anche bene. Fosse pure una gita o una festa, che qui sono considerate cose serissime. Già, perché da queste parti i dipartimenti organizzano spesso almeno una Excursion, una gita di un giorno o due, valide come lezioni di un corso. E così l'altro giorno mi sono ritrovato a Regensburg con gli studenti di un corso di Latino, a visitate chiese, leggere e tradurre passi dal latino. Dal latino al tedesco. Sotto la pioggia. Non potrò mai dimenticare il primo brano letto, che raccontava di un miracolo attraverso cui un santo del decimo secolo capì che non avrebbe dovuto abbandonare Regensbur per dirigersi a Roma dal Papa. Ecco, il miracolo fu che appena si mise a cavallo, uscì di colpo il sole. Peccato che mente eravamo lì nessun miracolo è avvenuto, io sarei rimasto volentieri un altro pochino a Regensburg (che per intenderci significa città della pioggia, con una traduzione libera potremmo dire che significa Avellino).
Ma passiamo alle feste, con due doverose premesse. Primo: penso davvero che le caratteristiche di un popolo le capisci da come organizza le sue feste popolari. Noi facciamo le processioni, qui le uniche processioni che ho visto erano quelle davanti all'erogatore della birra, il nettare degli dei crucchi. Secondo: in questi giorni qui c'è il Berg, l'Oktober Fest di Erlangen. Pensate ad una festa della birra. Fatto? Beh, il Berg sarà sempre più di quello che avete pensato. Se essere astemi fosse stato un peccato, Dante ne avrebbe disegnato il girone infernali ispirandosi al Berg.
Andandoci con la truppe di colleghi del dottorato, con ricercatori e con la segretaria del dipartimento ho pensato che i festeggiamenti sarebbero stati discreti e veloci. Grave errore, la festa c'era e andava onorata come giusto che sia: ci siamo seduti ad un tavolo e ci siamo alzati dopo tre ore, cantando tutte le canzoni che il complessino riproponeva a intermittenza. Canzoni della birra, che imparavi anche se non volevi. Intanto il fondo dei boccali del nostro tavolo continuava a vedere ad intermittenza la luce. Io dopo la mia prima mezza birra (che significa mezzo litro, alla festa si beve solo con boccali di ceramica da un litro, io avevo ordinato la porzione per bambini, riempita fino a metà) ho detto basta: non l'avessi mai fatto, s'è rischiato l'impaccio burocratico. La segretaria, dopo avermi concesso un paio di balli (ciacciaccià della segretaria, ovviamente), mi ha preso sottobraccio spiegandomi che se volevo imparare il tedesco, avrei dovuto anche imparare a fare quello che fa un tedesco. Ma il suo non era un rimprovero: ai suoi occhi in quel momento avevo bisogno di un sostegno psicologico, perché per lei era plausibile pensare che io vivessi come un complesso di inferiorità il mio scarso desiderio di birra. “Ci vuole calma ed esercizio, non ti preoccupare, col tempo ce la farai anche tu, basta venire ogni giorno, e se il primo riesci a bere solo un litro, il secondo di sicuro puoi arrivare a due; e se sei costante, l'ultimo riuscirai a berne undici. Così sarai Re del Berg!”. In ogni caso, domani è l'ultimo giorno del Berg, e probabilmente ci andremo a fare un salto. Chissà quanti, domani, paleseranno le loro ambizioni monarchiche e cercheranno di mettere le mani sull' ambita corona.
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